Il Valore della Donna oltre la Professionista: intervista a Flavia Rubino

Intensità, questa è la risposta che darei se mi chiedessero di descrivere Flavia Rubino in una parola. E per noi intensità è discendente diretta di sensibilità, intelligenza e apertura mentale.

Flavia, una brillante carriera nella direzione marketing di aziende multinazionali del largo consumo prima, poi fondatrice di The Talking Village e di YourBrand.Camp. Un cambiamento dettato dalla necessità di riallinearsi alla parte più profonda di sé, dalla ricerca di un equilibrio e di una felicità che non possono che riaffermarsi come percorso privato e soggettivo.

Ci sono molte interviste in rete che la descrivono dal punto di vista lavorativo, ma chi e cosa c’è dietro la professionista? Flavia ci ha permesso di guardare dentro ai suoi occhi e ci ha regalato un racconto intimo e sincero, da cui emergono successi, difficoltà ed un alto livello di resilienza.

A testimoniare che nessuna vita scorre semplice e lineare, ma anche che siamo noi i responsabili ultimi della direzione e del senso che le vogliamo dare, al di sopra di qualsiasi stereotipo.

Pronta/o a lasciarti ispirare?

Flavia qual è il tuo Valore X?

La comunicazione, e la capacità di formulare strategie di comunicazione. La prima l’ho scoperta in me superando la paura di un palco a 12 anni… la seconda l’ho imparata e applicata con una dura scuola aziendale.

Se potessi tornare indietro ai tempi del liceo cosa diresti alla Flavia adolescente?

Le direi di divertirsi e sbagliare di più. Di non pensare solo allo studio e al tennis ma scappare di casa una volta, fare una notte di follie e poi prendersi le botte. Di esprimere liberamente seduzione e sessualità invece di essere vittima di moralità bigotte. Ma negli anni ’80, in una famiglia per bene, in quel liceo, in quel quartiere di quella città di provincia, lei si guarderebbe intorno, poi mi guarderebbe ridendo e in fondo mi odierebbe. Comunque a quella ragazza non è mai mancata una grandissima voglia di indipendenza: con i primi stipendi si comprò una moto (usata). E se l’è appena ricomprata adesso, se può significare qualcosa.

Ti hanno mai detto non ce la farai mai? Come hai reagito?

Certo che me l’hanno detto. Ma sono riuscita ad attribuirlo e circoscriverlo a dei fattori ambientali che confliggevano con la mia vera personalità e limitavano il mio potenziale in quel momento e in quel contesto, e ho reagito cambiando città e lavoro. Da quel cambiamento ha preso il via la mia carriera. La tentazione di sentirsi dei falliti è immediata, invece spesso siamo solo nel posto sbagliato per noi.

Lavorare in azienda e creare da zero un’azienda, tu hai percorso entrambe le esperienze. Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto al cambiamento? Quanto coraggio c’è voluto e chi ti ha supportato?

Non ho ancora creato un’azienda, chiariamo. La mia attività è quasi un laboratorio artigianale nel grande mondo del web marketing. La motivazione che mi ha spinto a crearla è stata l’infelicità insieme alla curiosità del mondo “fuori”.  Ebbene sì, la grande azienda in cui ero finita dopo 15 anni stava uccidendo la mia felicità professionale nonostante l’auto, le stock options, l’assicurazione sanitaria. La frustrazione delle mie vere capacità unita ad un momento di profonda crisi personale mi hanno spinto ad uscire fuori e ad agire. Ma non è stato un tuffo nel vuoto, ho iniziato studiando e leggendo molto, aprendo un blog e preparandomi un terreno di relazioni in rete. Chi mi ha supportato? Mio marito ha creduto nelle mie idee ed è diventato anche mio socio. Per poi rimanerlo e lavorare fianco a fianco anche dopo il nostro duro percorso di distacco sentimentale. Senza le sue spalle e, oggi, senza la sua profonda amicizia, potrei ancora contare su me stessa ma non sarebbe la stessa cosa.

Credi che i Brand possano “cambiare il mondo”? 

I brand (o meglio le aziende che li producono) hanno una grandissima responsabilità: usare un grande potere comunicativo e immense risorse economiche per provocare cambiamenti positivi e per trattare il pianeta e le persone che lavorano in modo rispettoso e sostenibile. In piccolo, un cambiamento positivo può essere anche la mia percezione, la mia opinione personale su qualcosa: sulla vera bellezza di una donna, su una genitorialità sostenibile e non oppressiva, sulle ansie di prestazione di una casa pulita e perfetta, e tantissime altre cose che determinano la qualità della nostra vita quotidiana.

Se potessi lanciare una sfida per il cambiamento sociale quale sarebbe?

Vorrei che le donne non lasciassero il lavoro per dedicarsi ai figli. Proprio così. Lo dico volutamente in questi termini (e non “vorrei delle politiche di conciliazione”) per provocarvi e provocarci: oltre a non avere abbastanza asili e parità di genere, fattori certo determinanti, molte donne si castrano da sole, condizionate dallo stereotipo della madre nutrice onnipresente.

Il tuo payoff personale?

Le cose non vanno mai secondo il piano, ma per farle succedere serve un piano!

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